CENA CON MIA MOGLIE

Una normale cena, in un altrettanto normale ristorante giapponese, assieme a mia moglie e Caterina; cena che di normale, almeno per me, ha avuto ben poco. Chiedo scusa per la tautologia dei termini; ma forse, come in tutte le cose, senza troppi “fronzoli dialettici”, è sempre consono partire dall’inizio. Sin dal tardo pomeriggio, l’idea comune a tutti e tre era quella di andare al giapponese vicino casa; il piacere dell’essere serviti mentre lo stomaco si riempie di sfizi conditi con soia e wasabi. Appunto, come dicevo , una normale cena tra un marito e moglie e la cugina di lei, nostra ospitata. Verso le cinque (meglio non saprei definire, data la mia distrazione), Ginevra mi ha condotto in bagno: mi ha fatto calare i pantaloni, ha estratto dalla sua borsa un pannolino per incontinenti e fatto indossare, avvolgendo così nel panno soffice il mio sesso eccitato da quel tocco imprevisto di intimità. Col suo eterno sorriso canzonatorio, mi ha poi detto, con la voce neutra, atona che da sempre la contraddistingue in certi momenti: “la piscia te la tieni addosso finché non decido io”. Ed eccoci, a quasi quattro ore di distanza, tutti a tre seduti al tavolo del locale, dopo un interminabile aperitivo ove, in mia vece, Ginevra ha ordinato per suo marito un paio di birre ghiacciate. Iniziamo ad ordinare, mentre il mio sesso rimpicciolito nel pannolino sogna di trasformarsi in una fontanella col rubinetto aperto; il mio sguardo si contorce, inquieto, sul volto marmoreo di mia moglie e su quell’altra maschera rotonda, ingenua di tutto, che è Caterina. Sento Ginevra farmi piedino da sotto al tavolo; la sua bocca si accosta all’orecchi mio e sussurra, impercettibile come una formica: “pisciati addosso”. Allargo, per quanto possibile, le gambe, tento di estraniare, rendere distante, la mia mente dal mondo fisico che mi circonda: colori, forme, odore, ansie. Avverto il calore della mia urina avvolgere il pannolino bianco, l’elastico attorno alla via rendersi stretto come una cordicella per via del liquido caldo che inizia ad ammantarlo. La nostra cena prosegue così: l’allegria gozzovigliante, ciarliera, tra le due donne mentre il mio sesso passa da un senso di calore a un lieve freddo umidiccio, unto e sporco. La conversazione, ovviamente pilotata da Ginevra sin dall’inizio, con somma maestria si trasforma in un quasi dibattito sui problemi di incontinenza, specie negli uomini “Anche mio marito certe volte se la fa addosso. Pensa che stasera ho dovuto farlo uscire con tanto di pannolino”, spiega mia moglie con una naturalezza che mi fa vergognare del mio essere intero. Caterina si mette a ridere, pensa all’ennesima burla; ci pensa Ginevra a trasformare il discorso in qualcosa di terribilmente serio, quasi drammatico; e sua cugina ascolta, mi osserva cercando di classificare – nella sua mente – questo marito così remissivo, che si piscia pure addosso. Torniamo a casa, ci leviamo le scarpe, fingiamo un po’ di relax, quando, improvvisa come un petardo esploso all’alba, mia moglie inizia a tirare su col naso e poi esclama: “che odore ... ma te la sei fatta addosso? Fammi vedere...”. Con un guizzo che ha del selvaggio, triviale, le sue dita corrono a sbottonarmi i calzoni; Caterina arrossisce nel vedere il pannolino che indosso, colorato dal monocromo giallo della mia pipì. “Va a lavarti, coglione, che puzzi ridotto così”, ed io, coi pantaloni tirati su a mezza vita, corro in bagno, con un duetto di risatine ad inseguirmi. Trascorro in bagno, a ripulire e profumare il mio sesso, solo una manciata di minuti che mi paiono eterne, ingombranti ore. Quando torno in salotto, le due continuano a ghignarsela come pazze prive di ogni ritegno. E’ sempre Ginevra, a tenere le redini di tutto: “Allora, te lo avevo detto come lo riducevo, non ci credevi?”, rivolta a Caterina; ed io, non riesco più a contare, razionalizzare, i risolini di entrambe che rimbalzano nella mia testa con la potenza di cazzotti . La mia consapevolezza inizia ad annullarsi, a trasformarsi in un qualcosa di onirico, quando mia moglie mi ordina di masturbarmi su uno degli anfibi della cugina. Loro due sul divano, guardano questo corpo umano, ridotto a un fascio di nervi tesi, eccitazione ed umiliazione assoluta, nudo sul tappeto che struscia il suo sesso sulla punta di uno scarpone nero e consunto come fosse una preziosa reliquia. Il mio seme bianco colora, sporca, la punta dello scarpone; dall’ impazzire del desiderio, la mia mente – con un voltafaccia che ormai conosco bene – mi riporta al senso del ridicolo, della vergogna rispetto ciò che ho appena fatto. “Adesso pulisci con la lingua”, è sempre la voce di Ginevra che buca il muro di piacere e mi costringe alla realtà. In ginocchio, netto e assaporo il mio seme, mentre altre risate continuano a colpire.

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